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Intervista al Capitano della Nazionale.

 

2 febbraio 2006.

A TU PER TU CON … rubrica inserita nella newsletter dell'ufficio Stampa FIWH. Il terzo appuntamento è dedicato al Capitano della Nazionale e Rappresentante degli Atleti, Claudio Carelli.



Quale è stato uno dei momenti più intensi della tua carriera sportiva?

Uno è poco, perché di momenti intensi nella mia carriera ne ho vissuti più di uno. Quello più importante fu senza dubbio la semifinale giocata contro la Germania al 4 Nazioni in Olanda. Quando Liccardo segnò il 3° gol a 1 scatenando l'ira dei tedeschi che per 10 minuti ci hanno chiuso alle corde. Grazie all'impegno di tutti, Pietro in primis, siamo riusciti a vincere. Sarebbe bellissimo riprovare quelle stesse emozioni nei prossimi Mondiali in Germania.

Quale differenza riscontri tra il gioco in nazionale e quello nella squadra di club?

La differenza più evidente è la possibilità di giocare con altre due mazze che hanno la tua stessa forza fisica, mentre nei club se sei fortunato nell'avere un compagno forte come te, devi aspettare la Coppa Fiwh Uildm Cup per poter giocare insieme. Purtroppo questa differenza penalizza in pieno il gioco della nazionale, perché i giocatori non sono abituati a giocare con altre mazze nelle loro squadre di club. A livello europeo ci troviamo sempre svantaggiati, perché negli altri paesi tutti giocano con due o tre mazze forti, e nelle loro rispettive nazionali non hanno la difficoltà che riscontriamo noi.

Quale è lo spirito di gara che si vive in nazionale e cosa ti appassiona?

Lo spirito di gara è lo stesso che si vive anche nel nostro campionato. Si entra in campo sempre per dare il meglio, per portare a casa il risultato, come in tutti gli sport in generale. Diciamo che la soddisfazione per una vittoria in Europa vale il doppio di una vittoria a livello di club, perché il più delle volte, in Europa, ti trovi contro giocatori non distrofici, e batterli ti riempe di gioia, visto che loro dopo un tempo non si stancano come noi distrofici. La cosa che mi appassiona di più è sicuramente il Wheelchair Hockey e tutto quello che lo circonda.

Quale il momento più difficile e come lo hai superato?

A livello sportivo, il momento più difficile è stato in Finlandia durante i Campionati Mondiali. Mi riferisco alla partita con il Belgio, ci sarebbe bastato un pareggio, ma le cose dopo pochi minuti si erano messe veramente male, con un parziale di 4 o 5 a zero per loro. Sembrava che la nostra avventura ai mondiali fosse quasi finita. La cosa che ci ha dato la carica per reagire, almeno per quanto mi riguarda, è stato il pensiero di tornare in Italia e di andare dai Ragazzi della Lautari (ndr: Sponsor della Delegazione Azzurra ai mondiali di Helsinki) e dirgli: "Grazie per averci permesso di andare in Finlandia ma purtroppo abbiamo giocato 2 partite e ci hanno eliminato". Non esisteva, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo dato il meglio di noi, riuscendo così a vincere sotto gli occhi terrorizzati di olandesi e tedeschi. Mentre per quanto riguarda la vita in generale, il momento più difficile è stato sicuramente quando ho smesso di camminare. Accettare la carrozzina non è facile per nessuno, io ci ho messo un pò, anzi se non fosse stato per l'Hockey non so come avrei fatto a superare il tutto. L'Hockey mi ha ridato la gioia di vivere, soprattutto perché è arrivato in piena crisi adolescenziale. Mi ha fatto fare nuove amicizie, mi ha fatto viaggiare in giro per l'Europa (Olanda, Finlandia, Svizzera, Francia) cosa che senza l'Hockey difficilmente avrei pensato di farlo. L'Hockey ti cresce dentro sempre di più, più gli dai, più ti dà!

Quali emozioni vivi giocando e che rapporti hai con il resto della squadra?

Di emozioni se ne provano tante anche perché il nostro sport è imprevedibile. Purtroppo ne ho passate di tutti colori, dalla gioia per una vittoria, alla rabbia bruciante dopo il golden gol della Germania in Finlandia. Poi ci sono partite, come la finale dello scorso anno, dove si prova un cocktail di emozioni che ci mettono giorni ad andarsene. Mentre con il resto della squadra penso di avere dei buoni rapporti visto la fiducia che mi hanno dato nel Raduno di Bologna, rieleggendomi Capitano. E' stato un segnale forte per me, per la prima volta dopo 6 anni mi sono sentito capitano a tutti gli effetti, spero di non deluderli e di essere all'altezza della situazione. Quindi penso di avere dei buoni rapporti, anche con gente che all'inizio non mi conosceva bene.

Da quanto giochi e come ti sei avvicinato all'hockey?

Ormai sono 8 anni che gioco a hockey, mi sono avvicinato a questo mondo grazie all'insistenza di due ragazzi della Uildm di Varese, che giocavano negli Sharks Monza. Alla fine mi sono convinto ad andare a vedere di cosa si trattava. E' stato un colpo di fulmine che ha dato un senso alla mia vita.

Quale responsabilità e gratificazioni comporta il ruolo di capitano della nazionale italiana e di rappresentanti degli atleti?

Sono due ruoli molto importanti conquistati solamente perché amo tanto questo sport. La responsabilità più grossa è quella di tenere unito il gruppo, guidarlo trascinandolo in campo a fargli dare il massimo dentro e fuori dal campo. Devo essere il primo a non perdere la testa neanche nei momenti difficili di gioco. E' una grossa responsabilità che mi gratifica in pieno. Mentre per il ruolo di rappresentante degli atleti, io rappresento il pensiero degli atleti. Sono quello che può portare al consiglio di presidenza la voce dei singoli atleti per suggerimenti che possono aiutare l'Hockey a crescere.

Progetti futuri?

Il mio progetto più grande, che poi è quello di tutti, è quello di portare l'Italia a conquistare quella benedetta finale che ci meritavamo in pieno sia in Finlandia che a Roma. Poi si vedrà, speriamo che il nostro movimento cresca sempre di più perché secondo me è "lo sport per disabili più spettacolare che c'è".


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Tratto da: Newsletter Anno 2 Numero 3
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