Quale è stato uno dei momenti più intensi della tua carriera
sportiva?
Uno è poco, perché di momenti
intensi nella mia carriera ne ho vissuti più di uno. Quello
più importante fu senza dubbio la semifinale giocata contro
la Germania al 4 Nazioni in Olanda. Quando Liccardo segnò
il 3° gol a 1 scatenando l'ira dei tedeschi che per 10 minuti
ci hanno chiuso alle corde. Grazie all'impegno di tutti,
Pietro in primis, siamo riusciti a vincere. Sarebbe bellissimo
riprovare quelle stesse emozioni nei prossimi Mondiali in
Germania.
Quale differenza riscontri
tra il gioco in nazionale e quello nella squadra di club?
La differenza più evidente
è la possibilità di giocare con altre due mazze che hanno
la tua stessa forza fisica, mentre nei club se sei fortunato
nell'avere un compagno forte come te, devi aspettare la
Coppa Fiwh Uildm Cup per poter giocare insieme. Purtroppo
questa differenza penalizza in pieno il gioco della nazionale,
perché i giocatori non sono abituati a giocare con altre
mazze nelle loro squadre di club. A livello europeo ci troviamo
sempre svantaggiati, perché negli altri paesi tutti giocano
con due o tre mazze forti, e nelle loro rispettive nazionali
non hanno la difficoltà che riscontriamo noi.
Quale è lo spirito di
gara che si vive in nazionale e cosa ti appassiona?
Lo spirito di gara è lo
stesso che si vive anche nel nostro campionato. Si entra
in campo sempre per dare il meglio, per portare a casa il
risultato, come in tutti gli sport in generale. Diciamo
che la soddisfazione per una vittoria in Europa vale il
doppio di una vittoria a livello di club, perché il più
delle volte, in Europa, ti trovi contro giocatori non distrofici,
e batterli ti riempe di gioia, visto che loro dopo un tempo
non si stancano come noi distrofici. La cosa che mi appassiona
di più è sicuramente il Wheelchair Hockey e tutto quello
che lo circonda.
Quale il momento più
difficile e come lo hai superato?
A livello sportivo, il
momento più difficile è stato in Finlandia durante i Campionati
Mondiali. Mi riferisco alla partita con il Belgio, ci sarebbe
bastato un pareggio, ma le cose dopo pochi minuti si erano
messe veramente male, con un parziale di 4 o 5 a zero per
loro. Sembrava che la nostra avventura ai mondiali fosse
quasi finita. La cosa che ci ha dato la carica per reagire,
almeno per quanto mi riguarda, è stato il pensiero di tornare
in Italia e di andare dai Ragazzi della Lautari (ndr: Sponsor
della Delegazione Azzurra ai mondiali di Helsinki) e dirgli:
"Grazie per averci permesso di andare in Finlandia ma purtroppo
abbiamo giocato 2 partite e ci hanno eliminato". Non esisteva,
ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo dato il meglio
di noi, riuscendo così a vincere sotto gli occhi terrorizzati
di olandesi e tedeschi. Mentre per quanto riguarda la vita
in generale, il momento più difficile è stato sicuramente
quando ho smesso di camminare. Accettare la carrozzina non
è facile per nessuno, io ci ho messo un pò, anzi se non
fosse stato per l'Hockey non so come avrei fatto a superare
il tutto. L'Hockey mi ha ridato la gioia di vivere, soprattutto
perché è arrivato in piena crisi adolescenziale. Mi ha fatto
fare nuove amicizie, mi ha fatto viaggiare in giro per l'Europa
(Olanda, Finlandia, Svizzera, Francia) cosa che senza l'Hockey
difficilmente avrei pensato di farlo. L'Hockey ti cresce
dentro sempre di più, più gli dai, più ti dà!
Quali emozioni vivi giocando
e che rapporti hai con il resto della squadra?
Di emozioni se ne provano
tante anche perché il nostro sport è imprevedibile. Purtroppo
ne ho passate di tutti colori, dalla gioia per una vittoria,
alla rabbia bruciante dopo il golden gol della Germania
in Finlandia. Poi ci sono partite, come la finale dello
scorso anno, dove si prova un cocktail di emozioni che ci
mettono giorni ad andarsene. Mentre con il resto della squadra
penso di avere dei buoni rapporti visto la fiducia che mi
hanno dato nel Raduno di Bologna, rieleggendomi Capitano.
E' stato un segnale forte per me, per la prima volta dopo
6 anni mi sono sentito capitano a tutti gli effetti, spero
di non deluderli e di essere all'altezza della situazione.
Quindi penso di avere dei buoni rapporti, anche con gente
che all'inizio non mi conosceva bene.
Da quanto giochi e come
ti sei avvicinato all'hockey?
Ormai sono 8 anni che gioco
a hockey, mi sono avvicinato a questo mondo grazie all'insistenza
di due ragazzi della Uildm di Varese, che giocavano negli
Sharks Monza. Alla fine mi sono convinto ad andare a vedere
di cosa si trattava. E' stato un colpo di fulmine che ha
dato un senso alla mia vita.
Quale responsabilità
e gratificazioni comporta il ruolo di capitano della nazionale
italiana e di rappresentanti degli atleti?
Sono due ruoli molto importanti
conquistati solamente perché amo tanto questo sport. La
responsabilità più grossa è quella di tenere unito il gruppo,
guidarlo trascinandolo in campo a fargli dare il massimo
dentro e fuori dal campo. Devo essere il primo a non perdere
la testa neanche nei momenti difficili di gioco. E' una
grossa responsabilità che mi gratifica in pieno. Mentre
per il ruolo di rappresentante degli atleti, io rappresento
il pensiero degli atleti. Sono quello che può portare al
consiglio di presidenza la voce dei singoli atleti per suggerimenti
che possono aiutare l'Hockey a crescere.
Progetti futuri?
Il mio progetto più grande,
che poi è quello di tutti, è quello di portare l'Italia
a conquistare quella benedetta finale che ci meritavamo
in pieno sia in Finlandia che a Roma. Poi si vedrà, speriamo
che il nostro movimento cresca sempre di più perché secondo
me è "lo sport per disabili più spettacolare che c'è".
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Tratto da: Newsletter Anno 2 Numero 3
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